
La crisi finanziaria ed economica internazionale impone oggi una rilettura e una profonda rivisitazione di molti concetti e valori che hanno plasmato il mondo contemporaneo. La crisi sta mettendo in luce tutta la fragilità del sistema attuale; l’idea dello sviluppo economico come di una linea continua e crescente di benessere diffuso, supportato da una disponibilità inesauribile di risorse e da un progresso tecnologico in grado di risolvere ogni problema, è oggi drammaticamente smentita tanto dal diffondersi della povertà quanto dall’acutizzarsi di problemi globali come i cambiamenti climatici.
Eppure quasi 40 anni fa, il Club di Roma usava l’espressione “limiti dello sviluppo” per descrivere lo stato del mondo e indicare la necessità di un nuovo orientamento globale; nello studio, Dennis Meadows, sosteneva la necessità di modificare i presupposti della crescita, per non arrivare al collasso. Da allora il divario sociale si è allargato, lo sfruttamento delle risorse è aumentato, le risorse alimentari vengono meno, le energie fossili tra pochi decenni saranno esaurite.
Il nostro supposto “benessere” si fonda in gran parte sullo spreco, il “consumo di risorse”, risorse oggi non sufficientemente disponibili per appagare i desideri indotti di quasi sette miliardi di persone. E’ necessario un contenimento dei consumi, bisogna abbandonare l’idea che si possa avere di più in termini di “qualità della vita” solo a prezzo di un corrispondente aumento del consumo di risorse. Il nuovo paradigma è che si può addirittura ottenere di più se consumiamo meno risorse, a patto però di mettere in moto processi innovativi giusti. Attualmente non è possibile dire che per andare in questa direzione esista un percorso codificato ed univoco: la soluzione bisogna ancora individuarla. Quello che sicuramente è vero, è che non sono sufficienti piccole correzioni e modifiche del presente, occorre un profondo cambio di orientamento che consenta la transizione da un modello di sviluppo centrato sul consumo ad uno attento alla sostenibilità ambientale, economica e sociale.
Dal 1950 il consumo è diventato l’obiettivo fondamentale della politica economica, il prodotto interno lordo un numero magico, dopo la Seconda Guerra Mondiale si doveva sfuggire all’economia della penuria e riportare la pace.
Nel mondo occidentale lo si è fatto seguendo un modello di benessere che sopporta un crescente aggravio di natura ecologica, soprattutto su scala globale e i conseguenti problemi sociali, politici ed economici. Gli effetti negativi, come la distruzione dell’ambiente o le ingiustizie sociali, vengono semplicemente ignorati mentre la diplomazia e sempre più spesso anche gli interventi militari, si mettono al servizio dell’accesso a risorse a basso prezzo.
Oggi dopo oltre 50 anni la sfida si gioca a livello “glocale”, coinvolge lo sviluppo economico, lo sviluppo umano e gli stili di vita, interconnettendo la responsabilità individuale e la responsabilità collettiva con la salvaguardia dell’ambiente e la valorizzazione delle energie rinnovabili, prodotte ed utilizzate a livello locale ed in rete con territori limitrofi.
In questa prospettiva e secondo questa impostazione si apre uno spazio nuovo, straordinario, che unisce la necessità di una maggiore responsabilità della politica e dell’economia, ma anche delle persone, evidenziando il significato di ogni nostra singola azione rispetto alla nostra comunità più prossima e a quella più ampia alla quale egualmente apparteniamo e i cui confini oltrepassano i limiti della biosfera.
In questa prospettiva quindi, l’obiettivo non è la chiusura di realtà territoriali ad altre realtà, ma una rete solidale di realtà diverse, ciascuna autosufficiente grazie all’integrazione ed allo scambio con le realtà limitrofe.
Assistiamo giorno dopo giorno, al depauperarsi continuo e irrimediabile di risorse naturali, di beni e valori che compongono l’inestimabile biodiversità naturale, sociale e culturale del pianeta; una tendenza al consumo senza limiti di questi beni. È anche questa una delle manifestazioni della crisi di cui non riusciamo a vedere la fine. È la dimostrazione di un modello di sviluppo che è insostenibile non solo perché incurante della finitezza delle basi della vita umana, ma prima ancora perché iniquo, ingiusto, debole con i forti e duro con i deboli, insostenibile dal punto di vista sociale. I beni comuni sono al centro, dunque, di un conflitto sull’idea stessa di sviluppo, di futuro del pianeta, che non può esaurirsi entro la dialettica fra proprietà pubblica e proprietà privata. Il riferimento è anche a quei beni immateriali che sono decisivi per la qualità della vita, che hanno un valore proprio in quanto di fruizione collettiva e che sono alla base di quei valori relazionali che più di tanti beni materiali costituiscono la base della felicità individuale e collettiva della comunità: l’equità sociale, il lavoro, la salute, il pluralismo culturale, la sicurezza, l’informazione, la conoscenza, lo spazio pubblico per le religioni, la laicità, il riconoscimento attivo dei diritti civili e sociali, la democrazia stessa.
Non il PIL (il prodotto interno lordo), ma “la felicità interna lorda” (Gross National Happiness in inglese - GNH), il tentativo cioè di definire gli standard qualitativi di vita in modo complessivo, umanistico e psicologico. Questo concetto, questo indicatore di qualità della vita, ideato nel 1972 da Jigme Singye Wangchuck re del Bhutan, si basa su pilastri quali: l’incentivazione di uno sviluppo socialmente equo della società e dell’economia, la salvaguardia e la promozione di valori culturali, la tutela dell’ambiente e la creazione di buone strutture amministrative e governative. Forse è difficile misurare in maniera obiettiva il GNH, però il tentativo da fare è quello di ideare e provare una “contabilità” sulla reale qualità della vita, nelle comunità.
La prospettiva quindi è quella di pensare, anche nei piccoli comuni, ad una nuova fase delle azioni di sviluppo e di governo. Una strategia capace di aiutare la crescita sociale ed economica locale attraverso un approccio che consapevolmente condiziona l’agire alla necessità di preservare le risorse per le future generazioni. Nei borghi pertanto sarà necessario adottare scelte politiche, programmatiche e tecniche che siano in grado di soddisfare alcuni paradigmi fondamentali.
In prospettiva la questione politica più importante, quella che avrà più influenza, sarà l’ambiente e quindi la green economy e le corrette politiche ambientali privilegiano sicuramente proprio i piccoli comuni. In risposta alle difficoltà del mercato internazionale dell’energia, si vareranno nei prossimi anni politiche innovative, focalizzate sulle fonti rinnovabili. I borghi rappresenteranno i luoghi di sperimentazione più favorevoli di tali politiche.
In ragione di un auspicabile e crescente interesse di molte persone al ritorno nei piccoli centri, all'attenzione ad uno stile di vita più equilibrato ed ambientalmente e socialmente consapevole, si vareranno interventi:
I piccoli comuni saranno in generale, premiati quando si apriranno a spazi di programmazione, di sviluppo sostenibile, perché il decongestionamento dei grandi centri sarà l’obiettivo di tutti.
Tutto ciò risulterà possibile anche e soprattutto modificando l’attuale tensione della pianificazione territoriale ed urbana che mira ancora oggi a raggiungere obiettivi di crescita anziché impegnarsi in modo adeguato a organizzare e accompagnare in maniera efficace i necessari processi di contrazione e di corretta gestione dei beni comuni. La pianificazione territoriale risente ancora dei suoi fondamenti teorici fortemente collegati alle scienze economiche, i quali postulano che flessioni socio-economiche vengano percepite come “fallimenti del sistema”, deviazioni indesiderate dal percorso della crescita che per principio non conosce limiti “verso l’alto” ed è dunque aperto all’infinito.
Nella corrente prassi della pianificazione territoriale è estremamente diffuso un approccio difensivo nei confronti dei processi di contrazione e questo nonostante il fatto che a livello locale e micro regionale gli operatori siano consapevoli del “generale calo della crescita” – così come essi stessi lo definiscono.
Una pianificazione ed una capacità di gestione urbana che preveda ed accompagni in modo attivo i processi di decrescita è invece necessaria; è fondamentale investire in una qualità di vita migliore e non in nuove infrastrutture invasive ma, sia il riposizionamento della pianificazione territoriale che l’organizzazione della decrescita costano. Il denaro deve essere sottratto ai progetti di ampliamento e allargamento, ormai inaccettabili sotto l’aspetto della sostenibilità, e investito nel “consolidamento” e nel perseguire coerenti percorsi di sostenibilità quali:
Perciò, in questo quadro, è da condividere l’affermazione dell’ONU quando sostiene “lo sviluppo sostenibile è uno sviluppo che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri bisogni”.