
La qualità della vita nei borghi, come si è già scritto, non segue simmetricamente la tendenza involutiva in atto nel resto del Paese.
La qualità della vita nei borghi è più elevata rispetto a quella delle grandi città. Tale “vantaggio” tuttavia è minacciato da un progressivo depauperamento dei servizi alla persona, alle famiglie, in generale alla popolazione.
I nuovi paradigmi del welfare, infatti fanno emergere l’estrema difficoltà nella gestione dei servizi da parte delle istituzioni pubbliche e private.
Il tema principale è quello della sostenibilità economica, ovvero la scala ridotta del sistema demografico dei piccoli comuni spesso induce l’assunzione di politiche e provvedimenti di drastica riduzione dei servizi per soddisfare parametri di compatibilità gestionale. Quindi: meno servizi per gli anziani, chiusure di scuole, sospensione dei servizi come quelli della posta, trasporti pubblici, ecc.
Questa situazione si sovrappone, spesso drammaticamente, alle naturali difficoltà operative dei servizi stessi (polverizzazione e frammentazione dell’utenza, distanza dei borghi dai centri attrezzati, ecc.) generando un clima di rassegnazione e di disagio in tante comunità locali.
Qui si configura una sorta di circolo vizioso tra ostacoli di disponibilità di servizi e abbandono dei piccoli comuni.
È giunto il momento di elaborare, anche con approcci innovativi e sperimentali, nuove politiche di welfare locale coerenti con il primario obiettivo di assicurare il presidio delle piccole comunità sui territori e il loro sviluppo a parità di diritti con gli altri cittadini delle città.
Tale questione si pone all’interno di una più vasta riflessione sulle forme di erogazione dei servizi per assicurare livelli essenziali di prestazione, adeguati ai bisogni che una comunità esprime. Il vincolo di bilancio, sempre più stringente, impone non soltanto la progressiva riduzione della spesa, ma talvolta una maggiore difficoltà a sperimentare modalità innovative di intervento soprattutto in contesti periferici dove è assente una rete istituzionalizzata di assistenza. Il problema si pone nella dialettica tra l’istanza di garantire i diritti di cittadinanza mediante l’accesso al sistema di welfare e la qualità delle prestazioni di sostegno al benessere individuale e collettivo. L’idea che il principio di sussidiarietà possa garantire di per sé un esito positivo di tale dialettica non è assolutamente scontato. Vi è la necessità di esaminare continuamente l’efficacia dell’intervento e valutarne l’impatto sulla realtà.
Il localismo delle politiche di welfare assume un valore nel momento in cui si supera la logica amministrativa dei bisogni dove si producono e riproducono risposte standardizzate a esigenze predefinite che non tengono conto della strutturazione delle relazioni di prossimità e dell’articolazione delle domande di sostegno e cura.
L’idea di un welfare dimensionato alle peculiarità di una specifica comunità periferica necessita gioco forza di pratiche partecipative le quali enfatizzano le reti informali di solidarietà a fronte del deficit di strutture e di attori del terzo settore che possano interagire con le istituzioni e favorire le progettualità locali. Seguendo questa linea di pensiero, si agevola un processo di integrazione comunitaria fondata sulla corresponsabilità dei diversi soggetti della comunità locale nelle dinamiche di promozione del welfare locale. In tal senso, si apre un orizzonte favorevole alla condivisione e all’identificazione della “gerarchia dei bisogni” e, quindi, della priorità degli interventi in sintonia con la riduzione delle risorse.
Indubbiamente, ciò ha più probabilità che si realizzi su una dimensione ridotta dove l’istituzione di una prassi partecipativa appare meno conflittuale e fondata su elementi di maggiore coesione sociale.
Un nuovo “welfare di comunità”, quindi, pensato per dare ai cittadini dei borghi: il diritto a star bene, la possibilità di intraprendere una sana vita di relazione riconoscendo e coltivando le proprie risorse personali, la conservazione e sviluppo delle proprie capacità fisiche. In sintesi essere capaci di ritagliarsi un ruolo attivo nella società attraverso una rete di protezione, di solidarietà e di servizi che possano concretamente dare attuazione ai diritti di cittadinanza di ognuno.
Queste nuove politiche di welfare dovrebbero assecondare e perseguire questi scopi: determinare integrazione e sinergia tra istituzioni e cittadini ricercando nuove soluzioni e nuovi modelli di servizio che, seppur di piccola scala, possano esprimere una sufficiente gestione economica e che, soprattutto, possano contare sulla partecipazione e solidarietà della comunità.
Si tratta quindi di concepire un welfare locale basato sui seguenti principi:
Tutte le Regioni hanno recepito la normativa nazionale in materia di gestione dei servizi sociali. Vi sono Regioni che hanno promosso innovazione legislativa anticipando anche principi e modalità di gestione dei servizi che la legge quadro 328/2000 ha generalizzato facendoli propri. Alcune Regioni si sono adeguate ai nuovi indirizzi nazionali con più o meno tempestività e altre Regioni ancora, non manifestano né un progetto originario di intervento, né una volontà di fare proprie, in tempi rapidi, le riforme di settore promosse a livello nazionale. In questi casi è urgente la presa di coscienza da parte degli Amministratori regionali sulla importanza di esperienze “localistiche” in grado di veicolare le “buone prassi” per una gestione di servizi che valorizzi il principio di accesso universale riconosciuto per i cittadini.
Risulta urgente e indispensabile che oggi, in Italia, si concretizzi un serio dibattito attorno ad un modello di welfare locale, che consideri due diversi processi: da un lato la possibilità di “fusione” grazie alla quale si abbattono privilegi categoriali e differenziazioni territoriali, creando in tal modo uno spazio omogeneo al cui interno può acquistare un senso la nuova cittadinanza sociale, dall’altro, si profili la necessità di una “separazione” delle competenze attraverso cui costruire nuovi livelli di autorità, nuove istituzioni capaci di assicurare, attraverso forme di sussidiarietà orizzontale e verticale, quella “rete di servizi”, senza la quale viene meno anche ogni forma di protezione sociale.
In questo contesto assume importanza strategica la “gestione associata” di servizi sociali attraverso alcune delle azioni che le leggi nazionali e quelle regionali declinano nei rispettivi impianti istituzionali.
Occorre passare ad una programmazione condivisa che valorizzi e armonizzi le diverse modalità gestionali dei servizi di welfare locale (affidamento a cooperative sociali, gestione diretta, consorzi, aziende speciali, SRL e SPA, cooperative speciali promosse direttamente dai cittadini, ecc.) poiché la diversificazione delle soluzioni rappresenta un bene in quanto consente la confrontabilità delle esperienze e l’individuazione delle soluzioni economicamente e socialmente più vantaggiose. Coerentemente a ciò vanno bandite le soluzioni monopolistiche, i cartelli tra enti/società per condizionare il mercato e anche le rivendicazioni di esclusività.
Occorre studiare e sperimentare forme di segretariato sociale per la gestione, da parte dell’associazionismo di alcuni servizi essenziali, alle popolazioni dei piccoli comuni in modo che l’esercizio della “sussidiarietà orizzontale” possa consentire alle formazioni sociali (associazioni, famiglie, volontariato, organizzazioni noprofit, imprese sociali in genere) di esprimere al meglio tutte le proprie potenzialità nella costruzione di un nuovo walfare locale. Attraverso questi interventi si potranno invertire le tendenze di abbandono dei borghi attivando specifiche politiche per i piccoli centri per evitare che venga abbandonata una parte rilevante del nostro territorio con grave pregiudizio per la qualità ambientale, culturale e di sviluppo rurale.
L’obiettivo generale, pertanto, deve essere quello di contrastare l’abbandono dei borghi e dei loro territori, di mantenere e incrementare la qualità di vita nelle comunità locali, assecondando con sostegni mirati politiche e modalità di welfare locale condivisi dalla popolazione e generatori di opportunità collaterali (nuova occupazione, tutela dell’ambiente, valorizzazione delle risorse e “beni comuni” dei territorio).