
L’applicazione delle regole dell’industria alla dimensione rurale è stato un fattore di distruzione, non soltanto dell’ambiente, ma anche della sostenibilità sociale e della sostenibilità agricola del nostro pianeta.
Dove arriva l’agricoltura industrializzata senza limiti, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo, si crea povertà, gli uomini che lavorano la terra sono spazzati via, costretti a inurbarsi nelle metropoli perché su un ettaro dove prima lavoravano 10 persone a malapena ne rimane a lavorare una. Il meccanismo erode le fondamenta delle culture alimentari in questi Paesi.
L’agricoltura è una componente essenziale dell’economia e della società italiana ed europea; in termini di effetti indiretti, qualsiasi regresso significativo dell’attività agricola comporta un calo del PIL e dell’occupazione nei settori economici correlati - anche non alimentari e, in particolare nella filiera agroalimentare.
L’agricoltura è il motore economico della maggiore parte delle zone rurali, la base su cui si fonda il settore agroalimentare europeo. In totale il settore agroalimentare garantisce 17,5 milioni di posti di lavoro a livello europeo (il 13,5% dei posti di lavoro nel settore industriale). È dunque fondamentale salvaguardare un accettabile livello di attrattività per i posti di lavoro nel settore, in particolare per garantire la soglia minima di ricambio generazionale. I redditi agricoli rappresentano solo il 40% della media dei redditi europei.
La grande consapevolezza su questi problemi ha spinto la Commissione Europea ad una profonda riflessione sul futuro dell’agricoltura a livello Europeo e la CE ha quindi pubblicato il 18 di Novembre 2010 una nuova comunicazione dal titolo “La P.A.C. verso il 2020: rispondere alle future sfide dell’alimentazione, delle risorse naturali e del territorio”.
All’interno della comunicazione vengono identifi cati tre obiettivi strategici:
L’agricoltura europea, quindi, deve essere competitiva non solo dal punto di vista economico, ma anche sotto il profilo “ambientale” e gli obiettivi strategici potranno essere raggiunti solo a fronte di una profonda rivisitazione del modo di concepire il mondo agricolo innestando in esso ricerca di settore e innovazione d’approccio.
Declinando gli obiettivi strategici citati, nei borghi e nei loro territori, assume un ruolo centrale la secolare capacità di lavorazione dei prodotti agricoli e il loro impiego nella tradizione culinaria. I sapori e le preparazioni agroalimentari locali, la cucina tipica dei territori, appartengono al “patrimonio culturale immateriale” (convenzione per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale – UNESCO - Parigi 2003).
Non si tratta di esaltare il “piccolo”, ma piuttosto di sottolineare la validità della scala ridotta che, tendenzialmente, diviene uno dei paradigmi dell’agricoltura sostenibile. Per questo anche la FAO (Food and Agriculture Organization) non crede più nell’agricoltura industrializzata e tende a privilegiare dimensioni contenute. La FAO, infatti, punta a un agricoltura sostenibile, non a un agricoltura geneticamente modificata, dominata dai campi infiniti e dalle macchine. Occorre una scelta coraggiosa tra un’agricoltura che segue le commodities e un’agricoltura che sostanzialmente rispetti le comunità e le tradizioni del territorio.
L’uomo che mangia è anche l’uomo che pensa: e se non lo è, lo si aiuti a diventarlo.
La crescente presenza nei piccoli centri di gruppi sociali eterogenei sul piano culturale e di provenienza professionale e tecnologicamente attrezzati (telelavoratori, professionisti pendolari, contadini evoluti, esperti di tutela del territorio, ecc.) favorirà la nascita, anche in luoghi relativamente periferici, di piccole imprese di terziario avanzato, le quali offriranno servizi, anche per le filiere produttive locali, che appena poco tempo fa sarebbero stati impensabili lontano dai grandi poli urbani.
Si diffonderà nei piccoli centri una figura evoluta di contadino, colto e preparato, tecnologicamente attrezzato, orientato alla ricerca della genuinità del proprio prodotto. In questa collocazione si troveranno:
I piccoli comuni rappresentano la spina dorsale del sistema delle DOP: il 94% ha ottenuto il riconoscimento di almeno un prodotto DOP. In particolare, il 60% dei piccoli comuni presenta tra 1 e 3 DOP, il 20% tra 4 e 5 DOP e il 14% addirittura tra 6 e 7 DOP. Di questi prodotti a denominazione di origine protetta, il 94% circa rientra nella categoria formaggi e/o salumi. Inoltre, rispetto alla totalità dei comuni con prodotti a DOP, il 75% dei piccoli comuni produce formaggi, il 73% salumi ed insaccati, il 60% è interessato dalla coltura degli ulivi dai quali si ottengono 37 olii italiani a denominazione di origine; e ancora, il 41% produce essenze e il 12% prodotti ortofrutticoli. Inoltre, il 79% di questi comuni è interessato alla produzione di vini pregiati.
Proprio le peculiarità e la qualità produttiva dei territori dei piccoli comuni possono rappresentare un importante fattore di sviluppo e di competitività locale e nazionale: oltre la metà della produzione agroalimentare nazionale, che ha reso celebre il Made in Italy nel mondo, è coltivata in questi territori. Sono circa 400.000 le imprese agricole localizzate nei piccoli comuni italiani, impegnate nella salvaguardia delle colture agricole tradizionali, nel mantenimento delle tipicità alimentari, nella tutela del territorio dal dissesto idrogeologico, nella costruzione del paesaggio.
Con politiche di valorizzazione dei propri elementi tipici, il piccolo comune è in grado di esprimere, come dimostrano diverse esperienze di successo, la sua, del tutto unica, capacità di offrire al visitatore, escursionista o turista, una risposta alla ricerca di comunità, relazioni umane, tipicità, identità in cui egli può riconoscersi e compiere esperienze gratificanti.
Le politiche di valorizzazione e promozione delle tipicità locali da parte dei piccoli comuni in chiave turistica - produttiva possono, in particolare, contribuire a:
Le tipicità generano una domanda di turismo esperienziale nei piccoli centri orientata alla qualità: il viaggiatore ad esse interessato ha un livello culturale più elevato, acquista volentieri prodotti di qualità ed ha come priorità quella di agire e vivere il prodotto territorio e non solo di consumarlo.
Se dunque è innegabile l’importanza dell’agricoltura e delle produzioni tipiche, siano esse agroalimentari o dell’artigianato artistico e tradizionale, la composizione di un’offerta turistica locale basata anche su tali componenti necessita del coinvolgimento di tutti gli attori, privati e pubblici, che contribuiscono a formare l’offerta integrata locale, rendendo possibile un’efficace interconnessione tra le parti (di produzione, di servizi, reti pubbliche, ecc.). I piccoli comuni in questo contesto giocano l’importante ruolo di coinvolgere gli attori chiave della produzione della tipicità locale, un tempo emarginati dallo sviluppo di servizi a vocazione turistica.
Nei processi di integrazione e scambio tra gli attori dell’offerta e nell’individuazione di nuove strategie orientate a valorizzare la produzione agricola locale e il turismo delle tipicità, il piccolo comune ricopre un ruolo molto importante di guida e supporto agli attori locali; in particolare nei seguenti momenti:
Le prassi produttive locali, le rappresentazioni legate al cibo, le espressioni collettive di festa e spettacolo basati sulla valorizzazione dei sapori tradizionali presenti in un territorio, sono “patrimonio culturale immateriale” che le comunità dei borghi riconoscono in quanto parte della loro dotazione identitaria.
Questo patrimonio trasmesso di generazione in generazione, è costantemente ricreato dalla comunità in funzione del suo ambiente, della sua interazione con la natura e la storia, e dà, alla comunità stessa, un senso d’identità e di continuità, promuovendo in tal modo il rispetto per la biodiversità e la creatività umana.